Sapori ferraresi da riscoprire: le mistocchine

mistocchine

Quando parliamo di street food, raramente ci vengono in mente le tradizioni delle nostre città. Eppure il “cibo da strada” accompagna le passeggiate nei centri storici da tempi immemori e nel passato era l’unica occasione per concedersi qualcosa di dolce. Delizioso e semplice, come solo una mistocchina può essere.

L’autunno ha sempre inondato le stradine medievali del centro di Ferrara con i suoi odori, tra cui inconfondibile quello delle castagne. E accanto ai caldarrostai, c’erano delle altre figure circondate da un profumo da acquolina in bocca e da bimbi deliziati: le mistocchinaie. Davanti alla loro piastra e alle file di mistocchine calde pronte da vendere.

Oggi se ne vedono di rado, ma riscoprire questo sapore ferrarese nella nostra cucina è davvero semplice. Per fare le mistocchine, infatti, basta della buona farina di castagne, del latte e dell’acqua e un pizzico di sale. Si mescola fino ad ottenere un impasto sodo, che si modella con le mani a forma di losanga o di ovale allungato. La schiacciatina così ottenuta viene cotta sulla piastra unta con dello strutto. A seconda dei gusti, la mistocchina si può aromatizzare con anice, mandorla o alchermes oppure la si può servire con composte o creme. Tuttavia, il sapore della mistocchina mangiato per strada in un pungente pomeriggio di fine novembre è inimitabile e purtroppo quasi dimenticato.

Il Museo di Mirabello della Civiltà Contadina, una visita da non perdere!

Museo Sessa copertina

Per una persona nata e cresciuta in un piccolo paese di campagna, poter risalire alla storia delle sue origini e vedere quanto gli anni hanno cambiato il territorio, dove ha sempre girato sin da ragazzino, è un’onore che non ha prezzo. Per me, nato e cresciuto a Mirabello, poter riscoprire tramite una semplice visita la storia del mio paese e vedere in prima persona oggetti che i miei bisnonni usavano quotidianamente è semplicemente stupendo.

Vi presento quindi il Museo della Civiltà Contadina – Rodolfo e Luigi Sessa di Mirabello.

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Ode alla polenta

È quasi terapeutico mescolare la polenta, quando fuori è freddo e la finestra della cucina si appanna con il vapore profumato che riempie l’aria. In una pentola, il giallo intenso della farina di mais che prende consistenza lentamente, nell’altra a sobbollire il sughetto denso con il ragù di cinghiale. E i due sapori si gustano con l’olfatto prima ancora di metterli insieme nel piatto. Queste “sono le nozze del giorno” per prendere in prestito le parole di un poeta. Ma queste nozze durano un giorno perché la polenta ha l’anima traditrice e il giorno dopo, con altrettanta passione, cambia volto e sposo. E ce la ritroviamo nel piatto, abbrustolita e accompagnata da funghi. E ogni volta si diverte (e ci divertiamo) a scoprire nuove affinità con compagni di piatto diversi. Ogni volta ci si diverte a proporla in tavola in modi diversi, seguendo le tradizioni o creandone di nuove.

Volendo attingere dalla tradizione, a ben vedere, abbiamo secoli e secoli di pasti, consumati dai greci, dai romani e dagli etruschi, a cui ispirarci. Quando la polenta era “pulmentus” e veniva fatta con il farro o il miglio. Il mais, arrivato dopo secoli dalle Americhe, conquista il primato e la polenta di mais conquista le tavole del nord d’Italia, dove il mais viene coltivato. Da pane dei poveri e unica fonte di sostentamento in periodo di carestie e guerre, oggi viene arricchita con condimenti di ogni tipo. Nei prossimi due weekend (dal 7 al 16 novembre), la sagra della polenta a Cento potrebbe essere l’occasione adatta per gustare quelli tradizionali del nostro territorio.